La Rete in catene

Il tentativo del dragone, da quando ha a che fare con la tigre-Internet, è sempre lo stesso: cavalcare il felino cibernetico e allo stesso tempo addomesticarlo.
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Il tentativo del dragone, da quando ha a che fare con la tigre-Internet, è sempre lo stesso: cavalcare il felino cibernetico e allo stesso tempo addomesticarlo. Ancora in questi giorni il governo cinese assiste compiaciuto alla corsa al profitto delle nuove società nazionali che operano su Internet, e contemporaneamente impone un numero crescente di paletti alla libertà di espressione sul Web. Questa volta è il turno degli emuli cinesi di You Tube, il sito Web americano di condivisione dei video fondato nel febbraio 2005 e acquistato da Google nel novembre 2006. Youku e Tudou, ideogrammi a parte, sono dei cloni quasi perfetti della versione Usa: anch’essi offrono agli utenti la possibilità di mettere online filmati che intendono condividere.
Un meccanismo che evidentemente piace ai cittadini dell’ex impero celeste, se è vero che nel 2008 l’80 per cento dei circa 250 milioni di internauti del paese si è fermato a vedere o proporre video sulla rete, soprattutto grazie a siti “made in China”. Senza contare quanti, tra i circa 40 milioni di cinesi all’estero, scelgono di seguire i loro programmi favoriti in mandarino grazie agli accordi che i siti di video-sharing hanno raggiunto con le reti televisive di Pechino. Clic a volontà, insomma, che fanno la fortuna di piattaforme come Youku e Tudou: la prima, si legge in una ricerca della China internet society, ha una quota di mercato pari al 37,3 per cento del settore, la seconda si ferma al 32,9 per cento. La battaglia per la primazia si potrebbe concludere, sostengono alcuni osservatori, con l’approdo di una delle due società tra i listini del Nasdaq di New York. La prima a realizzare in quella sede un’offerta pubblica iniziale (o Ipo) potrà contare su un’iniezione di capitali freschi, staccando decisamente i circa 100 siti concorrenti sul Web cinese.
Tra questi ultimi non c’è più You Tube. L’originale americano, dal marzo 2008, è infatti interdetto a quanti risiedono all’interno della Grande Muraglia. Secondo i media internazionali proprio nel marzo 2008 alcuni utenti avevano reso pubblico sulla piattaforma americana un video inedito degli scontri in corso in Tibet, nel quale si assisteva a pestaggi ai danni dei manifestanti da parte delle forze dell’ordine. Un affronto intollerabile per le autorità di Pechino, per di più alla vigilia delle Olimpiadi. Da qui la decisione di mettere You Tube fuori gara. Ma la certezza che le rielaborazioni cinesi delle innovazioni americane possano tenere alla larga ogni possibile “inconveniente” non esiste. Proprio due giorni fa, secondo quanto riportato dalla piattaforma di giornalismo partecipativo Global Voices, il governo ha bloccato il sito people.com.cn, versione cinese del meccanismo di microblogging che in tutto il resto del mondo si chiama Twitter. Nonostante l’imprimatur di Pechino, e gli accorgimenti che impedivano persino di digitare il nome dei vertici del Partito comunista cinese, gli utenti non hanno infatti tardato a muovere critiche al potere. Il controllo occhiuto della rete da parte della politica non si ferma: nelle ultime settimane è toccato alla telefonia mobile, questa volta in nome della lotta alla pornografia e alla pirateria.
Eppure ieri, in un tribunale di Pechino, sul banco degli imputati siedeva Liu Xiaobo, autore del manifesto Charta08 in difesa della libertà d’espressione. Colpevole, soprattutto, di averlo diffuso online.